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I 7 motivi che portano a dare le dimissioni

“People leave managers, not companies”
Marcus Buckingham

Certo; il mercato, le crisi, i fallimenti e qualsiasi tipo di fattore esterno che porta l’azienda, l’attività o l’impresa alla chiusura o alla riduzione del personale, sono tutti eventi al di fuori della nostra responsabilità e del nostro ambito decisionale, e pertanto ingovernabili e spesso incontrastabili.



Ma quando siamo noi a scegliere il tipo di futuro che desideriamo; quando sono impiegati, operai o lavoratori dipendenti in generale a decidere che è arrivato il momento di dire basta.

In queste circostanze quali sono le motivazioni che ci spingono a dare le dimissioni?

Dare le dimissioni, soprattutto quando si fa parte di un’azienda da qualche anno, è certamente una scelta coraggiosa che in molti affrontano talvolta senza paracadute.

Facile rassegnare le dimissioni per un passaggio sicuro, indeterminato, per un posto magari con un salario più alto, benefit o altri tipi di vantaggi concreti che si possono avere da subito.

Meno facile è fare il classico salto nel buio in cui si decide di lasciare il proprio posto di lavoro con la speranza che tale decisione permetta di scoprire nuove opportunità grazie alla voglia di rimettersi in gioco, una ritrovata autostima ed un senso di leggerezza dovuto alla consapevolezza di aver fatto la scelta giusta abbandonando una situazione non più sostenibile per diverse ragioni.



L’apparenza inganna:

Come sempre, in effetti l’apparenza inganna, e se la via più facile sembrerebbe essere quella più seguita da coloro che danno le dimissioni dall’ufficio o dall’azienda, il nostro sondaggio e la nostra esperienza ci porta a dire con assoluta certezza che la strada più seguita è senza dubbio la seconda.

La maggior parte delle persone abbandonano il loro lavoro grazie ad un enorme atto di coraggio che nasce da uno o più motivi di insoddisfazione che maturano col tempo.

Tempo, che a seconda di ognuno di noi, la nostra sopportazione, il nostro stile e condizione di vita, può variare passando da pochi mesi fino ad arrivare ad anni durante i quali la corda si tira fino a spezzarsi definitivamente.

Cosa abbiamo fatto:

Abbiamo cercato così di scavare a fondo tra le motivazioni principali per le quali tanti impiegati sono giunti all’importante decisione di cambiare lavoro e lasciare spesso anche tempi indeterminati in aziende solide per ricominciare da capo e ricostruirsi una parte di vita professionale talvolta anche a quasi 50 anni di età.

Forse resterai meravigliato di cosa abbiamo scoperto, magari già lo immaginavi, oppure rientri tra i molti che con coraggio hanno cambiato il loro lavoro per uno dei 7 motivi principali che spinge i dipendenti a questa scelta così importante.

In ogni caso, ci auguriamo che questa breve ma significativa classifica aiuti nel suo piccolo chi fa impresa o chi ha l’onore e l’onere di gestire risorse, a comprendere cosa conta davvero per molti dipendenti, ed intraprendere così ogni tipo di iniziativa a tutela di quest’ultimi, cercando ognuno per la sua parte, di costruire e animare ambienti di lavoro che creino profitto e benessere grazie al contributo di ogni collaboratore che opera all’interno di relazioni di valore e il più possibile trasparenti. 

Scopriamo allora la classifica di BestOnDesk dei 7 principali motivi che portano i dipendenti a rassegnare le dimissioni:

 7) Aver ricevuto proposte retributive più allettanti – 5%

Chi del resto non è aperto a offerte più invitanti?

La retribuzione, pur non essendo la leva principale rimane sempre un grande incentivo che stimola a restare ma anche a cambiare nonostante qualche rischio, e quando si parla di licenziarsi da un’azienda in cui magari si aveva un contratto indeterminato per andare in una nuova realtà anche se inizialmente con meno sicurezza, l’incentivo economico da una buona spinta al cambiamento e non viene per niente sottovalutato.

Maggiore sarà la differenza di stipendio, più facile diventerà affrontare il passo del cambiamento e tanti degli impiegati intervistati, ci hanno confermato di avere cambiato lavoro a fronte della possibilità di percepire un salario che sentivano essere più adatto alle loro aspettative.

6) Scelte di vita come cambio città o nazione – 6%

Mollo e cambio tutto!

Mitica frase che abbiamo pronunciato quasi tutti una volta nella vita e che in molti hanno trasformato in realtà.

Un amore, la voglia di rinascita, desiderio di cambiare e magari ritornare nella città d’origine, sono tutti stimoli per dare le dimissioni da un’azienda e lanciarsi in una nuova avventura in un luogo diverso e lontano.

Le scelte di vita hanno certamente un grosso impatto sulla carriera e con la globalizzazione sempre più persone quando decidono di cambiare lo fanno in modo drastico, magari unendo un nuovo lavoro alla possibilità di vivere in un luogo meno caotico o più famigliare.



5) Vedere via, via esaurirsi le possibilità di crescita – 7% 

Francamente ci saremmo aspettati questa motivazione almeno tra le prime 3, invece si tratta all’incirca di un 7% dei nostri intervistati le persone che hanno almeno una volta deciso di dimettersi da un’occupazione stabile e piuttosto sicura perché si sono ritrovate senza un chiaro percorso di crescita davanti.

Aspettative, aspirazioni, ambizioni, sono componenti importanti di ogni carriera e parte della natura umana che di tanto in tanto si fanno sentire. Ritrovarsi quindi in ambienti in cui le posizioni che si sperava ricoprire vengono via, via occupate da altri, si trasforma rapidamente in una forte causa di demotivazione e insoddisfazione, al punto tale da spingere il dipendente a rassegnare le dimissioni per cercare nuove opportunità altrove.

4) Desiderio di mettersi in proprio – 8% 

Nonostante il periodo difficile, grazie al cielo ci sono ancora tante risorse che proprio perché si sentono tali per se stesse e per gli altri, osano e sfidano le difficoltà del momento lanciando la loro attività e abbandonando la carriera da dipendente.

Il desiderio di mettersi in proprio quando si ha un sogno, un’idea o anche una passione che si può monetizzare è una spinta notevole verso le dimissioni e l’8% degli intervistati lo conferma.

L’online poi è una grande opportunità che sempre più persone hanno compreso come cogliere costruendo un business con la loro immagine o grazie ad una competenza particolare da proporre ad un pubblico potenzialmente infinito.

3) Promesse disattese – 10% 

Da questo punto in avanti abbiamo notato una grande differenza.

Da qui non si parla più di scelte motivate dalle intenzioni dei dipendenti, ma dalle relazioni che si sviluppano nell’ambiente di lavoro e anche i numeri cominciano a cambiare.

un buon 10% trova finalmente il coraggio di rassegnare le dimissioni per il semplice motivo che si sente o si è più volte sentito preso in giro da una o più figure con responsabilità all’interno dell’organizzazione.

Nel caso specifico, da una serie di promesse che poi una dopo l’altra sono state puntualmente disattese o finite nel cosiddetto dimenticatoio.

Vedrai, per te è previsto un percorso di crescita dal prossimo anno.

A breve riceverai una promozione, o l’aumento.

Quel posto è già praticamente tuo.

E così via, fino ad arrivare a creare un lungo elenco di promesse che inevitabilmente generano una grande aspettativa che quando però viene disattesa si trasforma velocemente in rabbia, frustrazione e tanta voglia di riscatto da un’altra parte.



2) Pessimi rapporti con i colleghi – 18%

I colleghi sono parte del pacchetto lavoro. Ovvero donne e uomini con le quali trascorrere molto tempo che però non si possono scegliere o cambiare.

Quando il rapporto con uno o più colleghi è in qualche modo compromesso, logoro o mai sbocciato, le giornate diventano molto pesanti, nascono rancori, egoismi, piccole rivalse che a lungo andare fanno male e diventano un macigno insopportabile.

Chi ha avuto delle brutte esperienze con i colleghi d’ufficio sa benissimo quanto sia pesante il mattino recarsi al lavoro con la consapevolezza di dover sempre stare attento a ciò che si fa, si dice e talvolta si pensa.

Il rapporto con i colleghi è in assoluto la seconda causa che da una notevole spinta verso il giorno delle dimissione, alla ricerca di quel senso di leggerezza che si avverte forte quando si abbandona un ambiente in cui anche l’aria era ormai insopportabile.

1) Incompatibilità con il management o con il capo – 46%

Ebbene si. Quasi il 50% di chi ha dato le dimissioni o è in procinto di comunicarle, non lo fa per l’azienda, il ruolo ricoperto e così via, bensì per il suo rapporto con il management o il capo.

Questa moltitudine di risorse vede nel management incapacità, egoismo, avidità, arroganza, incompetenza, ipocrisia, falsità, inadeguatezza, scarso senso della meritocrazia, menefreghismo e tanta mediocrità.

Chiaro, non tutto questo concentrato di pessime caratteristiche in un singolo soggetto, ma come l’insieme delle poche nobili qualità presenti in tanti manager, capi ufficio o dirigenti dai quali dipende la carriera, il futuro, e in gran parte anche la qualità della vita dei loro sottoposti.

Un inestimabile valore di risorse perse per tante aziende semplicemente perché non valorizzate adeguatamente, incomprese, non ascoltate e soprattutto non messe nelle condizioni di offrire il loro meglio negli interessi della compagnia.

Un grande spreco di talento che spesso trova il modo di dimostrare altrove grandi competenze e di dare quel valore aggiunto che molte volte fa la differenza tra la mediocrità ei grandi successi.



In conclusione

Che dire, sembrerebbe proprio un paese, il nostro, che si è sviluppato nei decenni grazie alle enormi potenzialità per territorio, know-how, diversità, storia, cultura e per la presenza di infinite donne e uomini talentuosi, pieni di entusiasmo e di buona volontà; che ahimè sia invece rimasto agli inizi del secolo scorso per quanto riguarda una fetta della classe dirigente.

Comandanti come i Generali Cadorna, Badoglio e Graziani, che oltre 100 anni fa non si curavano minimamente dei loro sottoposti anche quando dal basso, dalle trincee e dal campo di battaglia, giungevano informazioni indispensabili e consigli preziosi rimasti però totalmente inascoltati da chi doveva prendere le decisioni e lo faceva con superiorità, arroganza e totale disprezzo per coloro che dovevano invece soltanto tacere ed eseguire; sono una forte metafora per rappresentare una classe dirigente che ancora oggi sembrerebbe incapace di chinare il capo e dire soltanto 3 semplici parole da un effetto straordinario: “Si, hai ragione”.

A quell’epoca, il risultato fu la disfatta di Caporetto.

Oggi, potrebbe essere l’economia potenzialmente più forte del mondo che invece di raggiungere il posto che merita su scala globale, rimane sempre a metà tra un paese con alcune aree sottosviluppate, una nazione bisognosa di aiuti dall’estero e la fonte di qualche scandalo in cui si scoprono fratelli, cugini o amici degli amici incapaci a capo di grandi multinazionali.  

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